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VOGHERA

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 “Il treno regionale 309 proveniente da... Milano Centrale e diretto a... Ventimiglia è in arrivo al binario 2.” Il treno oggi è stranamente puntuale, ma nessuno sale e nessuno scende. Rallenta, si ferma, dopo il segnale le porte si aprono: fase dopo fase in automatico. “Tutto va come deve andare”, cantavano gli 883, eppure… c’è qualcosa che non mi torna. Mi sento come in un livello di un videogioco d’avventura, uno di quelli dove ci sono, ad esempio, un edificio e un’automobile, ma tu non puoi interagire con loro. Li vedi, esistono, ma non puoi entrarci né usarli. Sono solo decorativi. E forse oggi anch’io mi trovo dentro un videogioco, e quel treno di fronte a me è solo una comparsa, una figura che presto sparirà dal gameplay. Mi servirebbe un reality check. Dovrei avvicinarmi e guardare dentro. Da qui, i volti che intravedo dai finestrini sembrano strani, come le sagome pixelate del pubblico nei vecchi videogiochi di calcio. Potrei provare a salire su un vagone; magari passerei ...

SOTTO PRESSIONE

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In verità vi dico che la verità non la conosco, non la conoscevo prima e non la conoscerò mai. L'unica cosa vera, qua, è la finzione. Io, piccolo uomo, so solo che la verità non può essere questa che mi proiettate tutti i giorni davanti agli occhi, cercando di convincermi che il film non sia un film ma sia reale, sussurrandomi nelle orecchie che da questo cinema non si può uscire. Là fuori è pericoloso, dite. Ma io sono una persona curiosa, lo sono sempre stato, e questo film non mi piace: spesso mi annoia, a volte mi fa davvero incazzare, eppure rimango qui dentro, seduto scomodo e compresso fra altri mille, seduti scomodi quanto me, senza sapere il perché. Anche oggi, nell'intervallo, mi ritrovo per l'ennesima volta a fare la fila alla cassa per ordinare birra e pop corn, che non riuscirò a digerire. Mi lasceranno soltanto l'amaro in bocca, ma, come altri mille come me, rimarremo seduti, zitti, a “goderci” lo spettacolo. Io vorrei soltanto uscire, ma non posso. ...

1990

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Il 1990 non è il mio anno di nascita, è l’anno del mondiale di calcio in Italia, delle notti magiche e dei gol di Schillaci. Ma non sono ricordi miei, sono racconti di altri. Io di mio, di quei mondiali ho solo il ricordo del pupazzetto della mascotte con la testa a forma di pallone. Era in veranda da mio zio ed oggi ne ignoro completamente il destino. Sforzandomi, e con una buona dose di approssimazione potrei dire che mia sorella Silvia è quasi del 1990, essendo  nata solo due mesi prima. Quando eravamo bambini mio padre filmava spesso i nostri momenti di vita vissuta con una videocamera, li chiamavamo i “filmini”. Lui poi li ha trasferiti in VHS, ad uso e consumo della nostra nostalgia. Ma non ce ne sono del 1990. A memoria, il primo che mi ricordi è del ’91, durante i giorni dell’alluvione a Savona, dove i protagonisti assoluti eravamo io e mia sorella che ci picchiavamo in casa con due pentole in testa.  A pensarci bene, non ho mai avuto nemmeno una relazione con una raga...

FRANCESCO

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  La spallata è così forte da fargli quasi perdere l'equilibrio, pensa se lei fosse proprio lì, seduta sulla panchina davanti a godersi la scena, che bel biglietto da visita sarebbe una bella facciata in terra, magari con inchino incluso. "Francesco!", "Francesco"! "È pronto"! Déjà vu, sempre la solita scena che si ripete, con i soliti due attori che ormai conoscono il copione a memoria. Il cast: Francesco, il figlio, 22 anni, seduto davanti allo schermo in una sorta di ipnosi autoindotta, come colonna sonora il pezzo di qualche rapper milanese a tutto volume. Patrizia, la madre, che sta perdendo le corde vocali nel tentativo di superare il volume della voce del rapper di turno ed avvertire il figlio che forse sarebbe arrivato il momento di riempire lo stomaco. Il cibo: quella volta dalla cucina proveniva un profumo invitante di carne, ma mamma e figlio sapevano entrambi che alla fine di quella sorta di siparietto teatrale il piatto si sarebbe material...